Il ROI dell'AI passa dalle persone.
Perchè l'approccio human-centric aumenta di 1,6 volte la probabilità di ottenere ritorni dagli investimenti in tecnologia.
PSY2WORK, BENESSERE PSICOLOGICO ORGANIZZATIVO


Immaginiamo un’azienda che decide di investire 100k€ nella propria trasformazione e ne spende 93k€ in tecnologia e 7k€ nelle persone che quella tecnologia dovranno capirla e usarla. Sembra un’esagerazione, ma è la fotografia scattata dalla ricerca Deloitte Global Human Capital Trends 2026, realizzata su più di 9 mila leader, manager e professionisti di circa 90 Paesi appartenenti a tutti i settori produttivi. Per capire quanto questo dato pesi, bisogna guardare a chi, nel mondo del lavoro, ci sta entrando ora. La Gen Z and Millennial Survey 2026 di Deloitte ha coinvolto oltre 22 mila giovani in 44 Paesi: tra le loro preoccupazioni ci sono il caro vita e le tensioni geopolitiche, mente sull’intelligenza artificiale prevale curiosità e voglia di aggiornarsi. Per il 65% della Gen Z ed il 69% dei Millennial l’AI è oramai una “collega” quotidiana, non una minaccia quindi, ma una presenza quasi familiare. Per questo non ci domandiamo più “useremo l’AI”, ma piuttosto “come ci staremo accanto?”.
Da psicologa del lavoro, trovo interessante anche ciò che questi giovani chiedono al lavoro. Il 76% dei Gen Z e il 68% dei Millennial è interessato a ruoli di leadeship, ma solo il 9% e l’8% la considera l’obiettivo principale: il successo non coincide con la scalata gerarchica, ma la priorità è un buon equilibrio vita – lavoro.
Dall’altra parte della scrivania, i leader sentono la stessa urgenza di cambiare. Ritengono che nei prossimi tre anni la competitività strategica dipenderà dalla capacità di lavorare in maniera più veloce e flessibile; più del 50% pensa che le funzioni aziendali vadano reinventate e il 50% indica la struttura organizzativa come principale barriera.
Ed è qui che il nostro 93 a 7 iniziale diventa un problema. Senza un’adeguata evoluzione del capitale umano, l’innovazione tecnologica genera un debito culturale: attrito organizzativo e deterioramento della fiducia. Ma chi lavora con le organizzazioni sa quanto la fiducia sia la valuta con cui si paga ogni cambiamento. E i numeri confermano il tutto: le aziende che mettono la tecnologia al centro hanno 1,6 volte meno probabilità di ottenere ritorni dagli investimenti in IA rispetto a quelle che adottano un approccio human-centric. Senza una crescita parallela delle competenze umane, la tecnologia smette di essere un volano e diventa un mero costo fisso.
Cosa si può fare allora? Qualche spunto da psicologa del lavoro:
riequilibrare gli investimenti: ogni budget tecnologico deve essere accompagnato da una quota importante dedicata a formazione, ascolto, accompagnamento al cambiamento;
coinvolgere subito le persone nello sviluppo e nell’uso degli strumenti: quando le persone sentono che la tecnologia arriva "sopra" di loro anziché "con" loro, crescono resistenza, disimpegno e incertezza sul proprio ruolo. Coinvolgerle è invece anche la fonte migliore per capire dove questi strumenti funzionano e dove no;
allenare le competenze relazionali: empatia, adattabilità, pensiero critico, problem solving e collaborazione sono le più richieste, e sono profondamente umane.
Il ritorno sull'investimento sta sempre nelle persone.
PSY2WORK Dott.ssa Lorenza Fattori · Psicologia al lavoro, per il benessere individuale e aziendale
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