Dal pensiero che blocca al pensiero che crea: come distinguere il rimuginio dal problem solving

Quando la mente lavora per trovare soluzioni e quando, invece, resta intrappolata in un circuito che logora energie e fiducia.

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Lorenza Fattori

8/7/20254 min read

psy2work  Problem Solving
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Capita a tutti, prima o poi: una questione importante ci preoccupa, ci toglie il sonno o ci impedisce di concentrarci. Potrebbe essere una presentazione importante, un problema in ufficio, un conflitto con un collega o una decisione da prendere che non ammette errori. E allora iniziamo a pensare, ripensare, analizzare, immaginare. Siamo convinti che più ci riflettiamo sopra, più saremo pronti a gestire la situazione.

A volte, però, quello che sembra un utile esercizio di preparazione si trasforma in qualcosa di diverso: la mente si aggancia a un pensiero e lo ripete all’infinito, immaginando scenari negativi, spesso catastrofici. Il risultato? Più fatica mentale, meno lucidità e, paradossalmente, ancora meno fiducia nella nostra capacità di affrontare il problema. Questo processo si chiama rimuginio.

Cos’è davvero il rimuginio?

Il rimuginio è un pensiero statico, ripetitivo e spesso automatico. È come un disco che salta sempre allo stesso punto: ci illude di essere attivi e produttivi, ma in realtà ci tiene fermi nello stesso punto. Più pensiamo, più ci sentiamo sopraffatti, senza arrivare a una vera conclusione. Spesso chi rimugina lo fa con la convinzione che “se ci penso abbastanza, troverò una soluzione” oppure che “immaginare tutto quello che potrebbe andare storto mi renderà più preparato”. In realtà succede l’opposto: il rimuginio alimenta l’ansia e il senso di impotenza, lasciando la persona bloccata in una spirale di preoccupazioni e paure.

Il vero problem solving: un pensiero che crea.

Il problem solving, invece, è un processo diverso. È un pensiero attivo, organizzato e orientato all’azione. Si parte dalla definizione chiara del problema – spesso già questo passaggio aiuta a ridurre l’ansia – e poi si raccolgono informazioni, si ipotizzano diverse alternative, si scelgono quelle più percorribili e si mettono in atto azioni concrete. Un aspetto fondamentale del problem solving è la sua intenzionalità: dedichiamo un tempo e uno spazio precisi per affrontare la questione, con un obiettivo chiaro e con la disponibilità a verificare e correggere la rotta lungo il percorso.

Un esempio pratico? Immagina di avere un conflitto con un collega che ostacola il lavoro di team. Il rimuginio ti porterà a pensare ripetutamente: “E se lui reagisce male? E se poi peggioro le cose? E se ne parlo al capo e mi ritorna contro?” – il risultato è che ti senti bloccato, ansioso e meno sicuro. Il problem solving, invece, ti porta a fare un passo concreto: analizzare la situazione con calma, stabilire un obiettivo (ad esempio migliorare la collaborazione), valutare i diversi modi di affrontare la conversazione (dal chiedere un confronto diretto al coinvolgere un mediatore), scegliere l’opzione più efficace e programmare il momento migliore per farlo.

Perché confondiamo rimuginio e problem solving?

Molte persone confondono i due processi perché entrambi nascono dalla stessa esigenza: affrontare una difficoltà. La differenza sta nella qualità del pensiero. Il rimuginio sembra attivo, perché la mente è in movimento, ma in realtà gira in tondo senza avanzare; il problem solving, invece, produce un risultato tangibile, anche piccolo: un piano, una decisione, un primo passo concreto. Dopo una sessione di vero problem solving, spesso ci sentiamo più leggeri e fiduciosi: abbiamo qualcosa da fare, un punto di partenza. Dopo un’ora di rimuginio, invece, ci sentiamo più stanchi e preoccupati di prima, come se il problema fosse diventato ancora più grande.

Come interrompere il rimuginio e attivare il problem solving?

La buona notizia è che si può imparare a riconoscere la differenza e a spostarsi dal rimuginio al problem solving: dal pensiero che blocca al pensiero che crea. Ecco qualche strategia pratica. Il primo passo è accorgersi quando la mente sta “girando in tondo”: quando ci ritroviamo a ripetere sempre gli stessi scenari, senza generare alcun passo concreto. A quel punto, è utile fermarsi e dare un “contenitore” ai pensieri scegliendo un momento preciso della giornata per riflettere, evitando che occupino ogni istante della giornata (e della notte). È utile anche cambiare domanda, passando dal “Perché succede a me?” al più concreto “Come posso affrontarlo?”. Scrivere inoltre il problema e le possibili soluzioni aiuta a mettere ordine nella mente e a trasformare la preoccupazione in azione. Infine, riportare l’attenzione al presente – con una pausa consapevole o un semplice esercizio di respiro – riduce l’ansia e lascia spazio a pensieri più chiari.

Soprattutto in contesti lavorativi, dove le decisioni devono essere prese con lucidità e rapidità, imparare questa distinzione è fondamentale. Un leader intrappolato nel rimuginio rischia di procrastinare decisioni importanti, trasmettere ansia al team e rallentare l’intero processo. Un professionista che adotta un approccio di vero problem solving, invece, è più efficace, più lucido e più capace di guidare gli altri anche nelle situazioni complesse.

Imparare a passare dal pensiero che blocca al pensiero che crea non significa eliminare le preoccupazioni – quelle fanno parte della vita e del lavoro – ma imparare a usare la mente come un laboratorio di possibilità, anziché come una gabbia che ripete sempre lo stesso schema.

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